La scorta ai sopravvissuti di Auschwitz?!

Credevo che avessimo davvero toccato il fondo, ma al peggio c’è sempre tempo.

Dopo la vergognosa astensione di tutta la destra parlamentare sulla mozione della Segre per costituire una commissione contro odio, razzismo ed antisemitismo, anche questo ci tocca vedere: una sopravvissuta al lager che deve essere protetta con la scorta, dopo il bombardamento quotidiano di minacce sui social.

La vera scorta non è quella armata, è quella delle persone civili, dell’umanità, del rispetto, della memoria che non si lascia coinvolgere nel clima di odio, viltà, negazionismo, violenza minacciata e perpetrata che ormai sta raggiungendo livelli critici nel paese.

Ma mi domando: dove stanno le istituzioni al di sopra delle parti e degli schieramenti politici? Perché non viene effettuato un serio controllo sui social e non si chiudono senza pietà tutti i profili dei seminatori d’odio? Perchè non scattano denunce per minacce ed istigazione alla violenza? Sarebbe per il rispetto della pseudo-democrazia del web? Che utilizzo sprecato di una risorsa che rischia di dare voce alla parte peggiore del paese. Anzi, che l’ha già data, sdoganata dalla politica scriteriata del Capitano e dei suoi soci, che cavalcano da troppi mesi il malcontento, la paura, l’insicurezza, costruendo ad arte il nemico virtuale, il diverso: nero, migrante, gay, ebreo. Che schifo, che silenzio preoccupante.

Perché non si applicano le leggi della Repubblica che vietano la ricostituzione e l’apologia di fascismo? Cosa fanno prefetti, giudici e il ministro dell’interno? Perché anche il Presidente della Repubblica non interviene come dovrebbe con durezza? Aspettano che il fuoco aizzato a dovere si spenga da solo?

E’ l’unico paese dove un sopravvissuto all’olocausto deve farsi proteggere da guardie armate, mentre nessuno denuncia  gli idioti che si vestono da nazi alla festa o i super-idioti che si fanno un selfie a Birkenau davanti al binario della morte, col sorriso sulle labbra. No, non è vero, purtroppo non è l’unico paese dove bisogna difendersi con le unghie e coi denti e col cervello, per chi ancora sa farne buon uso. In Germania si uccide chi ha appoggiato l’integrazione sociale e culturale degli emigrati. In Polonia si uccide il sindaco di Danzica, campione di politica del rispetto e della convivenza tra etnie e culture diverse. In Siria si lascia smantellare il territorio dei curdi senza muovere concretamente un dito, per non disturbare l’alleato scomodo che in cambio di soldi ha promesso di difendere i confini europei dall’invasione dei disperati di mezzo mondo.

Cosa aspettiamo, che ci scappi il morto anche da noi? O che si riaprano i cancelli dei campi di lavoro, come li chiamavano eufemisticamente i nazisti, per chi non si adegua alla marea montante del pensiero razzista – omofobo – sovranista – maschilista? Che si accusino e si puniscano i docenti che fanno educazione civica come si deve alle nuove generazioni, cosa peraltro già accaduta? Che si tappi la bocca ai giornalisti scomodi che non hanno paura della verità? Che si tolgano altre scorte a pentiti, collaboratori di giustizia, magistrati a rischio per aver tentato di combattere le mafie potenti del nostro paese?

A proposito, della mafia non se ne occupa più nessuno o non è più un problema politico urgente, a nord come al sud?

No, non sono due guardie del corpo che proteggeranno la Segre e la sua memoria: sono  tutti gli uomini di buona volontà, decenza, coraggio, cultura e conoscenza, che non si piegano alle minacce, agli odi, alla violenza, all’insulto più becero, alla marea montante. Finchè lotteremo per il pensiero libero, per l’informazione, quella vera, per il rispetto del passato,  non serviranno le scorte armate. Perché non è vero che quando c’era “lui” si stava meglio, perché non è vero che se ci fosse ancora Hitler, sì che saprebbe metterli in riga: eresie storiche, umane, sociali. Finchè avremo voce e vita e forza di resistere, la marea becera di ignoranza, paura e violenza non riuscirà a tapparci la bocca e a seppellire sotto un cumulo di menzogne le verità della storia passata.

No ho paura del futuro, ho solo  paura di stancarmi di lottare sempre per i valori su cui si sono fondati con fatica, sudore e sangue gli anni di pace della nostra terra e del nostro piccolo continente, sempre più traballante. Teniamo duro, vi prego, non molliamo, non abbassiamo la guardia! Non siamo soli, non siamo i soli, almeno spero…

E non dimentichiamo che “la speranza vive quando la gente ricorda” (Simon Wiesenthal)

Chi tace acconsente

Chi tace acconsente. E così ho deciso di riprendere in mano la penna.
Sarà perché non mi fido, ma mi sembra che ci troviamo ormai in un vicolo cieco.
Dopo mesi di governo del Capitano, con un M5S che ha accettato tutto, in politica estera, economica, ordine pubblico, sicurezza, facendosi mangiare qualche milione di voti dalla Lega, ora lo stesso Movimento apre al PD. Con quale PD? Quello di Renzi, che aspetta lo sfascio per risorgere dalle sue stesse ceneri, progettando l’ennesima scissione a sinistra (ops, a destra, volevo dire, della sinistra non c’è più molto nel PD, onestamente)? Quello di Zingaretti, pur encomiabile nel tentativo di rivitalizzare un PD sull’orlo dell’estinzione? Quello di Calenda che anche lui pensa di andare a correre da solo? Alle Capannelle, all’Idroscalo o non so dove? Quello stesso PD che il Movimento ha coperto di insulti ed accuse per anni, accollandogli tutti i mali della patria?
Con quale programma? “Poltrone sifà?”, come recita una battuta sulla falsariga del noto slogan della ditta produttrice di divani di qualità? Davvero prima il toto ministri, i vicepremier, poi la politica, quella seria, che dovrebbe rimetter in piedi un paese in ginocchio, con 100 miliardi da trovare per sanare i danni fatti?
Non capisco. Anzi capisco anche troppo. Per paura di perdere si fanno alleanze anche col diavolo. D’altronde, che diavolo di politica utile all’Italia avrebbe fatto il governo gialloverde fino all’altro ieri? Le accise mai tolte alla benzina? Una flat tax che apre un altro buco miliardario nel bilancio già fallimentare dello Stato italiano? Lo spread in salita libera? Un reddito di cittadinanza, nella migliore tradizione clientelare, per accaparrarsi i voti del sud martoriato, indifeso, disoccupato, abbandonato, insultato poco tempo addietro come il popolo terrone, come il colpevole della crisi economica del nord produttivo, salvo poi scoprire quale serbatoio di rabbia e malcontento possa riservare a chi vuol cavalcare lo sfascio? Il pensiero che l’Italietta possa farcela da sola, snobbando l’Europa che, se seriamente frequentata e rifondata sarebbe l’unico argine possibile allo scontro epocale Usa –Cina? L’aver accarezzato le paure più ingiustificate del cosiddetto popolo per qualche barca di disperati in giro per il Mediterraneo? Qualche milione di posti di lavoro per il sud? Qualche milione rubato dalla Lega? Qualche soldino messo al fresco su conti esteri dall’illustre responsabile della (mala) sanità lombarda? (Ricordo che il caro Formigoni è finito in galera per molto meno, senza peraltro fingere di lavorare per gli “Italiani veri”).
Quante parentesi, quante delusioni, quante preoccupazioni, amico mio!
Ma il PD pensa davvero di poter lavorare ad un programma serio, civile, moderno, urgente, con un Gigetto che cambia cavallo con la disinvoltura di un fantino del Palio di Siena, salvo poi dichiarare di non disconoscere NULLA delle porcate fatte insieme al Capitano e soci?!
Ma i Cinque Stalle davvero pensano di poter condizionare la formazione di un governo con qualche decina di migliaia di sostenitori di quella colossale bufala illusoria della democrazia in rete della piattaforma Rousseau?!
Ma tra tutti chi ha letto davvero la Costituzione e conosce le regole parlamentari, senza ricorrere per opportunismo e bieco calcolo politico alla piazza, sempre forcaiola, sempre pronta specie sul web al linciaggio morale, ad inseguire le fake news del giorno, sull’onda dei sentimenti più beceri del popolino? Senza urlare a piè sospinto all’inciucio, allo stravolgimento dei valori e dei diritti?! Quali? Quelli di farsi prender per il culo dal demagogo di turno?!
Basta, non ho altro veleno in penna da scaricare al vento.
Ah, sì: dimenticavo il peggio. Il governo gialloverde ha avuto il merito grandioso di sdoganare tutte le tendenze xenofobe, razziste, sessiste, omofobe del popolino, nascoste nel pensiero dell’uomo comune. Grazie, Capitano, di aver sdoganato anche i peggio fascisti d’Italia; di corteggiare Fratelli d’Italia; di aver costruito un nuovo spazio politico a Casa Pound e ai suoi camerati più vicini. E grazie a quello che rimane della sinistra per aver sottovalutato la marea montante, in Italia e in Europa, dei sovranismi, dei nazionalismi più beceri, lasciando fare a Papa Bergoglio l’unica seria opposizione alla frana dei valori di civiltà, umanità, rispetto, fratellanza, uguaglianza, accoglienza, solidarietà su cui credevamo fosse costruita la nostra nazione e la nostra casa comune europea.
Spes ultima dea, ma temo proprio che siamo in fondo al vaso di Pandora e che non ci sia più nulla da raschiare.

Ma che cos’è questa Storia?!?!

“Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis”. La storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità.
Basterebbero queste poche parole di Cicerone per seppellire le scelte maldestre del Ministero dell’Istruzione. Speriamo solo tali e non subdolamente orientate ad altro, ma temo che bolla ben altro in pentola.
Già la Gelmini aveva pensato bene di cancellare dai programmi di Storia della scuola media inferiore tutta la storia greca e romana. Tanto a che serve un passato che ci invidia mezzo mondo? L’hanno già studiata alle elementari, disse, ahimè, l’incauta. Mossa da “esperta”, che non ha la più pallida idea di cosa possa veramente interessare e coinvolgere i giovani studenti.
Seconda puntata, la boutade del nuovo ministro che, siccome alla maturità ben pochi scelgono nel tema di Italiano la traccia storica prevista, meglio cancellarla dalle prove d’esame. Altro colpo da maestro. Come se, caro ministro esperto in scienze motorie, poiché gli allievi non amano sudare e faticare con gli esercizi a corpo libero, li togliamo dal programma.
Forse sarebbe meglio chiedersi perché la Storia è così poco gettonata all’esame. Forse sarebbe meglio insegnarla di più e meglio. Forse sarebbe utile a capire il presente ed a prepararsi al futuro. Forse sarebbe uno strumento utile a preservare l’identità nazionale, su cui si spendono tante parole a vanvera, cavalcando la paura del diverso, dell’islam aggressivo, dell’invasione dei migranti.
Gli unici a cui non serve la Storia sono quelli che non la studiano, che non la vogliono sentire, che la negano o la riscrivono piena di falsità aberranti, con la pretesa di fare chiarezza. “La speranza vive quando la gente ricorda” diceva Simon Wiesenthal. Quale funzione più importante della memoria storica per fermare gli obbrobri a cui ci costringe l’ignoranza prepotente e dilagante, come quella della militante di Forza Nuova che indossa sorridente la maglietta di “Auschwitzland”?
Anche per questi selvaggi sarebbe utile proprio la Storia, per ricordare quale uso mostruoso e deviante possa esser fatto di qualsiasi demonizzazione: il pericolo rosso, seguito dal ventennio fascista che ha seppellito la democrazia e cancellato ogni forma di opposizione; la paura dell’ebreo massone plutocrate, seguita dalla persecuzione, dalle leggi razziali (anche in Italia), dai lager, dallo sterminio finale; la paura dei migranti, seguita oggi da un minaccioso proliferare di aggressioni, false notizie, falsi numeri. Forse sarebbe meglio rinfrescare alcuni dati della nostra Storia agli italiani, specie se giovani e studenti.
L’Italia, la grande proletaria, ha visto emigrare per povertà 9 milioni di cittadini dal 1860 alla prima guerra mondiale (la Grande Migrazione), soprattutto in America Settentrionale e Meridionale; poi c’è stata la migrazione in Europa, sempre per povertà e scarsità di lavoro, soprattutto nei centri minerari ed industriali; poi la migrazione interna dal Mezzogiorno sottosviluppato, dimenticato da tutti i governi, dall’Unità d’Italia in poi, o quasi. Siamo un popolo di migranti: tra il XIX e il XX secolo sono usciti dal nostro paese quasi 30 milioni di italiani, per l’America, l’Australia, l’Europa occidentale. Per non parlare dell’emigrazione dei cervelli, gli italiani laureati che non trovano sufficienti occasioni di lavoro qualificato nel loro paese.
Ed invece stiamo ritornando indietro di un secolo e mezzo, in Italia ed in Europa, a quel periodo di fine Ottocento in cui crebbe un mix pericoloso di nazionalismo, patriottismo identitario, positivismo, darwinismo sociale che diede i natali alla teoria della razza. Necessità tutta europea di giustificare la superiorità agli albori della colonizzazione e della spartizione dell’Africa. Necessità di dimostrare pseudoscientificamente la superiorità della razza bianca sui neri e non solo. Da lì il passaggio all’antigiudaismo cattolico, in nome dell’identità cristiana, e poi alla teoria della razza ariana, con conseguenze antisemite, fino all’estremo della persecuzione organizzata dai nazisti ed alla soluzione finale, fu quasi necessario.
Mi sembra di risentire questi accenti terribili nei discorsi di molti leader europei, che sbandierano per pescare nel torbido la pretesa assoluta cristianità dell’Europa, a loro dire unica identità del continente. Mi sembra di rivedere i pogrom antisemiti dell’est europeo, i villaggi bruciati, i massacri di massa nelle fiaccolate organizzate oggi dai polacchi per tenere lontano dai loro confini il pericolo musulmano, oggi molto più attuale di quello semita-ebraico. Sembra proprio che la Polonia abbia velocemente dimenticato la storia terribile della deportazione ed eliminazione della fiorente comunità ebraica delle sue città, Cracovia in primis, oltre al massacro dei polacchi cristiani e liberali di Varsavia ad opera congiunta delle armate naziste in ritirata e dell’armata di Stalin, che lasciò la pulizia etnica ai tedeschi, poiché i polacchi combattenti nella resistenza dell’Armata Nazionale erano troppo poco filocomunisti.
Ora che ci toccherà vedere? Muri con filo spinato? Nuovi pogrom contro zingari, neri e migranti d’ogni colore ed etnia, di nuovo in nome della purezza della cosiddetta civiltà cristiano-europea? Che bestemmia, tra l’altro, per i cristiani veri, quelli capaci ancora di rispetto, amore e solidarietà verso la razza umana, unica, indivisibile, non distinguibile per il colore della pelle.
Come aveva già capito Freud, stiamo assistendo al “disgusto della civiltà”, al desiderio neanche tanto inconfessato di uscire dai limiti della morale comune, del rispetto e della tolleranza, dando sfogo ai più remoti istinti del sangue, del razzismo, del nazionalismo più spinto e feroce. Homo hominis lupus, ancora una volta. Un nuovo Caino sta nascendo in Europa. Fermiamolo finchè siamo in tempo.

GENOVA FERITA A MORTE: NON LASCIATELA SOLA!

Ponte Morandi, un disastro di Ferragosto che non doveva succedere.
Genova ed i genovesi non se lo meritavano, non doveva accadere. Genova postindustriale, caparbiamente lanciata verso un futuro commerciale e di vacanza, finalmente inserita nel circuito del turismo internazionale, per le tante bellezze nascoste nei suoi palazzi storici, musei, ville, strade del centro storico più grande d’Europa. Genova già troppe volte ferita: tre alluvioni del Bisagno e del Fereggiano; l’orrore del G8, con le violenze alla Diaz e nella caserma di Bolzaneto, i cui responsabili e mandanti politici hanno pagato troppo poco o per niente. Genova e la lotta di liberazione, con cui i suoi abitanti da soli, con le loro braccia ed il loro sangue si sono conquistati nel lontano aprile del 1945 la medaglia d’oro al valore per la Resistenza, costringendo alla resa i nazifascisti prima dell’arrivo degli alleati angloamericani.
I genovesi sono caparbi, è vero, sanno sempre rialzarsi anche quando colpiti al cuore. Ma hanno bisogno di non essere lasciati soli. Dal governo che, al di là delle polemiche e della ricerca delle responsabilità, deve fornire subito piani di emergenza ed una rapida, per quanto possibile, ricostruzione della viabilità stradale. Perché quel ponte maledetto univa ponente e levante, ma non solo della città; del Norditalia, del traffico commerciale pesante dal nord e dal centro-sud del Paese, verso Francia e Spagna. Un’arteria vitale, troncata brutalmente, che rischia di ricacciare la città in un limbo da cui faticosamente stava uscendo, come già detto dopo la chiusura delle aziende storiche dell’industria come l’Italsider, mettendo in crisi il porto, l’Ansaldo Energia, i cantieri di Sestri Ponente.
Genova non si merita questa fine. Ma ha bisogno di voi. Venite a Genova, non lasciatela sola. Ha bisogno che non venga interrotto il flusso di turisti, nuova realtà economica, di una città che ha molto da offrire.
Che cosa? La sua storia secolare di repubblica marinara, padrona dei mari di Levante e non solo, fino nel cuore dell’Impero Ottomano, ad Istanbul, nel quartiere genovese di Galata, oggi nome del grande museo del mare; il Porto Antico e l’Acquario, col restiling operato per le Colombiadi del 1992 da Renzo Piano; i suoi splendidi musei di Strada Nuova, Palazzo Rosso e Bianco, e le residenze di lusso per nobili e sovrani in visita alla città, nei palazzi dei Rolli, durante il Seicento, secolo d’oro dei genovesi; le tracce dei suoi più illustri navigatori, come Colombo, Andrea Doria, ammiraglio della Repubblica e dell’imperatore Carlo V, il Capitano d’Albertis, per citarne solo alcuni; il marchese Giacomo Doria, fondatore del Museo di Storia Naturale, una vera miniera di reperti dell’epoca d’oro della scienza naturalistica italiana e non solo; le sue ville ed il parco di Nervi, recentemente massacrato anche lui dalle intemperie ed ora in ripresa; sue sedici fortificazioni di difesa, erette sulle alture, tra il Seicento e l’Ottocento; i suoi teatri, dal Carlo Felice al Della Corte; le sue chiese, dalla cattedrale di San Lorenzo a Sant’Agostino, San Donato e molte altre, piene di tesori artistici decisamente importanti; i suoi caruggi, tanto cari a Fabrizio De Andrè; Boccadasse e Sturla, quartieri di mare di una città per buona parte arrampicata sui colli, vigilati dai suoi forti; focaccia e pesto, farinata, stocafisso e friscieu, per citare solo alcune delle sue emergenze gastronomiche più note.
Può bastare per invogliarvi a continuare a venire a Genova? La città vi aspetta con la sua discreta ed un po’ ruvida accoglienza, ma con tante meraviglie da scoprire e da preservare dall’abbandono forzato per l’emergenza traffico automobilistico dovuto al disastro di Ferragosto.
Non lasciatela sola, Genova davvero non se lo merita.
Voglio finire quest’appello con i versi di “Litania” del poeta livornese Giorgio Caproni, scritta in memoria nel suo periodo di vita genovese, dedicata alla città da lui fortemente amata.

Genova mia città intera.
Geranio. Polveriera.
Genova di ferro e aria,
mia lavagna, arenaria.
Genova città pulita.
Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria scale.
Genova nera e bianca.
Cacumine. Distanza.
Genova dove non vivo,
mio nome, sostantivo.
Genova mio rimario.
Puerizia. Sillabario.
Genova mia tradita,
rimorso di tutta la vita.
Genova in comitiva.
Giubilo. Anima viva.
Genova in solitudine,
straducole, ebrietudine.
Genova di limone.
Di specchio. Di cannone.
Genova da intravedere,
mattoni, ghiaia, scogliere.
Genova grigia e celeste.
Ragazze. Bottiglie. Ceste.
Genova di tufo e sole,
rincorse, sassaiole.
Genova tutta tetto.
Macerie. Castelletto.
Genova d’aerei fatti,
Albaro, Borgoratti.
Genova che mi struggi.
Intestini. Caruggi.
Genova e così sia,
mare in un’osteria.
Genova illividita.
Inverno nelle dita.
Genova mercantile,
industriale, civile.
Genova d’uomini destri.
Ansaldo. San Giorgio. Sestri.
Genova in banchina,
transatlantico, trina.

Genova tutta cantiere.
Bisagno. Belvedere.
Genova di canarino,
persiana verde, zecchino.
Genova di torri bianche.
Di lucri. Di palanche.
Genova in salamoia,
acqua morta di noia.
Genova di mala voce.
Mia delizia. Mia croce.
Genova d’Oregina,
lamiera, vento, brina.
Genova nome barbaro.
Campana. Montale, Sbarbaro.
Genova dei casamenti
lunghi, miei tormenti.
Genova di sentina.
Di lavatoio. Latrina.
Genova di petroliera,
struggimento, scogliera.
Genova di tramontana.
Di tanfo. Sottana.
Genova d’acquamarina,
area, turchina.
Genova di luci ladre.
Figlioli. Padre. Madre.
Genova vecchia e ragazza,
pazzia, vaso, terrazza.
Genova di Soziglia.
Cunicolo. Pollame. Triglia.
Genova d’aglio e di rose,
di Pré, di Fontane Marose.
Genova di Caricamento.
Di Voltri. Di sgomento.
Genova dell’Acquasola,
dolcissima, usignuola.
Genova tutta colore.
Bandiera. Rimorchiatore.
Genova viva e diletta,
salino, orto, spalletta.
Genova di Barile.
Cattolica. Acqua d’Aprile.
Genova comunista,
bocciofila, tempista.

Genova di Corso Oddone.
Mareggiata. Spintone.
Genova di piovasco,
follia, Paganini, Magnasco.
Genova che non mi lascia.
Mia fidanzata. Bagascia.
Genova ch’è tutto dire,
sospiro da non finire.
Genova quarta corda.
Sirena che non si scorda.
Genova d’ascensore,
paterna, stretta al cuore.
Genova mio pettorale.
Mio falsetto. Crinale.
Genova illuminata,
notturna, umida, alzata.
Genova di mio fratello.
Cattedrale. Bordello.
Genova di violino,
di topo, di casino.
Genova di mia sorella.
Sospiro. Maris Stella.
Genova portuale,
cinese, gutturale.
Genova di Sottoripa.
Emporio. Sesso. Stipa.
Genova di Porta Soprana,
d’angelo e di puttana.
Genova di coltello.
Di pesce. Di mantello.
Genova di lampione
a gas, costernazione.
Genova di Raibetta.
Di Gatta Mora. Infetta.
Genova della Strega,
strapiombo che i denti allega.
Genova che non si dice.
Di barche. Di vernice.
Genova balneare,
d’urti da non scordare.
Genova di “Paolo & Lele”.
Di scogli. Furibondo. Vele.
Genova di Villa Quartara,
dove l’amore s’impara.

Genova di caserma.
Di latteria. Di sperma.
Genova mia di Sturla,
che ancora nel sangue mi urla.
Genova d’argento e stagno.
Di zanzara. Di scagno.
Genova di magro fieno,
canile, Marassi, Staglieno.
Genova di grige mura.
Distretto. La paura.
Genova dell’entroterra,
sassi rossi, la guerra.
Genova di cose trite.
La morte. La nefrite.
Genova bianca e a vela,
speranza, tenda, tela.
Genova che si riscatta.
Tettoia. Azzurro. Latta.
Genova sempre umana,
presente, partigiana.
Genova della mia Rina.
Valtrebbia. Aria fina.
Genova paese di foglie
fresche, dove ho preso moglie.
Genova sempre nuova.
Vita che si ritrova.
Genova lunga e lontana,
patria della mia Silvana.
Genova palpitante.
Mio cuore. Mio brillante.
Genova mio domicilio,
dove m’è nato Attilio.
Genova dell’Acquaverde.
Mio padre che vi si perde.
Genova di singhiozzi,
mia madre, Via Bernardo Strozzi.
Genova di lamenti.
Enea. Bombardamenti.
Genova disperata,
invano da me implorata.
Genova della Spezia.
Infanzia che si screzia.
Genova di Livorno,
Partenza senza ritorno.
Genova di tutta la vita.
Mia litania infinita.
Genova di stocafisso
e di garofano, fisso
bersaglio dove inclina
la rondine: la rima.

SALVIAMO L’EREMO DEL CAPITANO D’ALBERTIS A CAPO NOLI

Il Capitano Enrico d’Albertis, nato a Voltri (GE) nel 1846, compagno di scavi con Arturo Issel nel Finalese alla Grotta delle Fate e delle Arene Candide, comprò nel 1912 un terreno su Capo Noli, a strapiombo sul mare, vicino alla chiesa di Santa Margherita: un “buen retiro”, quando ormai l’età non gli permetteva più di girare il mondo per mare come avrebbe voluto ancora. Lì costruì il suo “Eremo”, dove impiantò essenze rare con l’aiuto dell’amico Raffaello Gestro, naturalista, entomologo e direttore, dopo Giacomo Doria, del Museo di Storia Naturale di Genova.
Da lassù instaurò cordiali rapporti con i marinai e i pescatori della zona; ospitò amici e godette della posizione spettacolare, a picco sulle onde, inserendovi persino un albero da vela, col quale faceva ogni mattina l’alzabandiera, in memoria della sua carriera di avventuroso navigatore.
Alla fine della Grande Guerra fece costruire sulle rocce sopra l’Eremo la torre della Vittoria, dedicata alla conclusione vittoriosa del conflitto, durante il quale, non potendo per motivi d’età parteciparvi, aveva organizzato una rete di avvistamento di sommergibili nemici in Liguria e nell’Arcipelago Toscano. Sulla torre c’erano le sue parole: “ Contro l’insidie occulte e submarine, fur vigilanti qui l’armi latine. Eretta e dedicata alla Vittoria, Ricordo e onoro i Figli della Gloria”. Durante la seconda guerra mondiale i tedeschi hanno provveduto a smantellarla, per evitare fosse un bersaglio per il nemico, o forse per cancellare la memoria della sconfitta, per cui oggi non ne rimane traccia alcuna, se non nelle foto del Capitano.
Oggi purtroppo l’Eremo, cambiata la proprietà, è in uno stato di abbandono e di degrado preoccupante, nonostante esista un vicolo della Sovrintendenza Regionale, senza però alcun intervento conservativo. Poco distante tra l’altro sopravvivono anche i ruderi della chiesa di Santa Margherita. La costruzione del Capitano, ormai soffocata dalla vegetazione spontanea, raggiungibile da chiunque, dato che la zona non è cintata ed il sentiero è percorribile senza alcun controllo, rischia ulteriori seri danni. Nei locali a piano terra, in muratura, è già stato distrutto tutto l’arredo, vetri, porte e finestre, mentre il primo piano, in legno, è a serio rischio d’incendi, date le frequentazioni di occasionali “visitatori” che hanno pensato persino di accendere qualche fuoco nelle immediate vicinanze della costruzione.
Il Capitano d’Albertis è stato uomo di mare, esploratore, archeologo dilettante, curioso d’ogni cosa. Ha organizzato numerose crociere nel Mediterraneo con amici naturalisti, tra cui il marchese Giacomo Doria, raccogliendo con loro numerosissimi reperti per il Museo di Storia Naturale di Genova, fondato dal Doria nel 1867. Protagonista di tre giri del mondo e di un periplo dell’Africa, ha compiuto anche numerosi viaggi nella valle del Nilo e la mitica impresa del viaggio a San Salvador, nel 1893, sulla rotta di Colombo, col Corsaro, il suo cutter da 21 metri, con strumenti d’epoca da lui ricostruiti. Ci ha lasciato anche 20.000 negativi di foto scattate in giro per il mondo, oltre ai numerosissimi reperti collezionati, ed uno splendido castello a Genova, costruito in stile eclettico, oggi Museo delle Culture del Mondo.
Vi invitiamo pertanto a votare per l’Eremo di Capo Noli, particolarmente bisognoso di attenzioni, cure e protezione, nell’ambito della campagna che ha lanciato il FAI, Fondo Ambiente Italiano, nel quadro del censimento che questa organizzazione svolge ogni due anni per finanziare interventi di recupero del patrimonio storico, culturale ed artistico del nostro Paese.
Il vostro voto si può esprimere online, all’indirizzo https://www.fondoambiente.it/il-fai/grandi-campagne/i-luoghi-del-cuore, inserendo nella casella “Eremo Capo Noli”, oppure firmando il modulo cartaceo nelle sedi di raccolta.

Non bevete alla Fontana…

Caro Ministro,
ti scrivo, così mi distraggo un po’, avrebbe detto Lucio Dalla se avesse sentito le prime uscite ufficiali dell’addetto al dicastero della famiglia e disabilità nel neo governo leghista-pentastellato. Che per essere il nuovo che finalmente avanza, la dice già lunga, ahimè.
Ma siccome sei molto lontano (dal mio pensiero), più forte ti scriverò.
Le famiglie gay non esistono e l’aborto è prima causa di femminicidio. Bum! Le spara così grosse che perfino Salvini pare non dargli molta corda, almeno per ora, con la scusa che non era nel programma. E meno male…
Siamo sempre in tempo a tornare in braccio all’oscurantismo cattolico più bieco, alla faccia dei pochi passi, ma sostanziali, fatti dal governo Renzi. Che per essere stato capo di un partito di neodemocristiani d’ogni natura, ripulito il PD da ogni traccia di sinistra storica, è riuscito, pensate un po’, a far approvare dal parlamento italiano, nonostante tutto, quasi fossimo in un paese civile, una legge sulle unioni gay, una legge sul fine vita con testamento biologico e sospensione volontaria di cure palliative, affidando alla coscienza di ognuno il proprio destino del fine vita e non in mano ai medici, magari obiettori (!) o nelle mani di Dio, anche se non ci credete…
Ed invece il caro Fontana ci ricorda che secondo lui, e non solo, temo, le uniche famiglie sono quelle etero, nate per la procreazione e la fedeltà riconosciuta da Dio, immagino, nel suo pensiero antilaico, omofobo, anti-quato.
Ci toccherà fare come in Irlanda e seppellirlo col voto referendario, quasi plebiscitario, delle donne? Che ci provi a mettere le mani sulle leggi dello Stato, e speriamo che la coscienza civile di questo povero Bel Paese si risvegli una volta per tutte!
Niente da dire se si vuole limitare l’uso indiscriminato dell’aborto, a patto però, caro signor ministro, che si faccia una prevenzione ed educazione sessuale degna di questo nome, non proibendo l’uso della parola “preservativo”, il suo utilizzo, la sua diffusione a cominciare dalle scuole, dove i giovani dovrebbero appunto imparare l’educazione civica e non solo, prima che sia troppo tardi e che l’aborto diventi l’unica via d’uscita per una gravidanza indesiderata. Perché, non so se lo sa, caro ministro, ma la sessualità è un dono di natura, etero od omosex che sia, e non si può incanalare sotto l’egida della religione, in uno stato che dovrebbe esser laico, tra l’altro. E soprattutto non serve solo a fare più figli, come vorrebbe lei, per frenare l’invasione degli immigrati, ma a godere dei rapporti interpersonali. Fa parte della vita, quella che lei vorrebbe difendere ad oltranza, appunto.
Se poi questo è il Fontana-pensiero su gay ed aborto, non oso immaginare cosa sia capace di inventarsi sulle disabilità, di cui dovrebbe occuparsi il suo dicastero. Spero non finisca come nella Germania nazista dove, in nome della purezza della razza e della difesa dalle influenze genetiche negative, come le chiamavano, per sollevare le famiglie e la società dagli oneri e dalle sofferenze, per gli handicappati ed i diversi era indicato un trattamento speciale, con eliminazione fisica, negli ospedali e poi nei campi di sterminio.
Mi permetto di ricordarle, tra l’altro, che proprio in Italia, paese di incrocio nel Mediterraneo ed in Europa, per motivi storico-geografici, parlare di razza italica fa veramente sorridere, ammesso e non concesso che si possa parlare di razza: più mista ed incrociata di quella italica penso che ce ne siano davvero poche nel nostro continente cosiddetto Europa. Se vuole le suggerisco al riguardo alcune indicazioni bibliografiche, come gli scritti di Guido Barbujani, genetista che ha lavorato alla State University of New York, a Padova, Bologna ed insegnante all’università di Ferrara; o se preferisce panorami più ampi, Telmo Pievani, filosofo della scienza ed esperto di biologia evolutiva e filosofia della biologia.

Ma andiamo oltre queste quisquilie, che c’è ben altro che bolle in pentola, anche se non riguarda direttamente il dicastero di Fontana, ma la riforma fiscale proposta dal governo appena insediato.
Eh, sì, perché, cari neoministri, al di là delle promesse e delle speranze più rosee, sballando il bilancio statale senza remore per soddisfare il sogno di un reddito di cittadinanza ed una pressione fiscale più leggera, qui si sta rischiando di mettersi sotto i piedi alcuni principi fondamentali.
Come ad esempio quello che recita l’art. 53 della Costituzione Italiana: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
E la flat tax? Quale equità propone? Nessun dubbio sulla complessità della manovra e sulla sua pericolosità. Aliquota unica? Un regalo ai redditi più alti, ovviamente. Fasce esenti? Mah, nel paese dei furbetti, degli evasori totali, dei capitali all’estero, non ci credo. Sicuramente il rischio che i vantaggi siano superati dai problemi, quali il calo del gettito fiscale, invece del suo contrario, come sperano alcuni. E già si parla, nell’eventualità che la manovra, non sortendo gli effetti desiderati, venga integrata da un aumento dell’IVA. Così saremmo sicuri che i costi li pagherebbero tutti, in modo proporzionale, cioè in maniera sicuramente più pesante per chi ha redditi medio-bassi!

Lasciamo perdere il nodo spinoso dell’economia e dei rapporti con l’Europa, motivo di scontro istituzionale col presidente Mattarella, che ha voluto giustamente preservare dallo sfascio la politica interna ed estera dell’Italia in questi ultimi anni. Savona, no grazie, anche se è rimasto al Ministero degli Affari Europei. Sarà poi di così diverso orientamento Tria? Speriamo, che almeno sia un concreto stimolo all’Europa per rivedere in meglio la politica finanziaria sugli stati nazionali e non solo: nell’era di Trump sarebbe bene avere un’Europa forte, unita e concorde e non traballante, travolta dall’ondata dei nazionalismi crescenti un po’ dovunque.

Tanti auguri al Bel Paese ed all’Unione Europea! Ne hanno un gran bisogno entrambe.

Oman: il paese dell’Islam sorridente

oman_qaboosNon è nella mia natura tessere elogi di capi di stato, premier, conduttori, sovrani, presidenti o quant’altro. Ma, tornato dal viaggio in Oman, sono rimasto colpito dallo stile e dalla venerazione paterna che il popolo omanita riserva al suo sultano, mai messo in discussione, nemmeno durante le proteste della primavera araba.

Per sgombrare il campo da ogni sospetto di piaggeria, Qaboos Bin Said non è un santo. E’ un sovrano assoluto illuminato, se così si può definirlo, decisamente diverso dai suoi vicini della penisola araba. Forse oggi il suo regime si potrebbe persino chiamare monarchia costituzionale, visto che c’è anche un testo scritto. Sicuramente ha fatto più lui per il suo popolo ed il suo paese dei precedessori, soprattutto del padre Said Bin Taimur, despota e conservatore, che governava fino alla successione al potere del figlio un paese in condizioni medievali.

Prima che prendesse il potere Qaboos, il sistema sanitario era praticamente inesistente; c’era un solo ospedale missionario a Mutrah e meno di dieci centri medici in un paese, grande come l’Italia, anche se con solo 4 milioni di abitanti. Tre scuole, costruite al ritmo di una ogni 19 anni.

Avendo studiato in Inghilterra, come tanti giovani rampolli delle dinastie della penisola, Qaboos torna nel suo paese a trent’anni con la voglia e le competenze per cambiarlo. Innanzitutto toglie il potere al padre, “esiliandolo” a Londra con una sorta di golpe, restituendogli gli arresti domiciliari a cui lo aveva costretto nel 1964 perchè di idee troppo moderne. Aiutato dall’amico e compagno d’armi in accademia Tim Landon, nonchè probabilmente dai servizi segreti britannici, interessati da sempre agli assetti politici mediorientali, si prepara a rivoltare il paese come un calzino.

Nascono così, progressivamente, nei lunghi anni del suo regno, le basi per portare il suo paese fuori dal medioevo. Strade, asfalto, luce, acqua; ospedali, scuole ed università, alle quali oggi sono iscritte per il 70 % donne. Donne anche ministre nel suo parlamento consultivo, anche se i poteri sono quasi tutti esclusivi del sovrano, che è capo di stato, dell’esercito, dei tribunali. Una università, dal 1972, funziona come prestigioso istituto con sezioni dedicate anche alla ricerca scientifica, a cui il sovrano devolve ogni anno 500.000 OMR.

Ma il paese avanza e cambia lentamente. Si scopre il petrolio. Si costruiscono solide relazioni internazionali con l’entrata all’ONU e nella Lega Araba, nonostante Qaboos si tenga prudentemente fuori dall’Opec, cercando di gestire in proprio per la nazione la risorsa più ghiotta del suo assolato, roccioso, sabbioso paese. Inserisce manodopera soprattutto indiana, forte dei tradizionali commerci del sultanato con il sudovest asiatico, riservando per legge il 30% dei profitti agli invesitori omaniti nelle attività commerciali e turistiche. Ora da anni sta cercando di sostituire progressivamente la manodopera straniera con quella omanita: negli uffici pubblici e negli esercizi commerciali, dove in alcuni settori, specie ristorazione ed alberghi, è ancora ridotta soltanto al 30%.

Anche in campo edilizio pensa e lavora in grande. Nel 2000, trentesimo anniversario dell’ascesa al potere, fa costruire la Grande Moschea, splendida opera di moderna architettura islamica. Nel suo regno però c’è posto per tutti: fa anche costruire una chiesa crsitiana a sue spese e gli omaniti, equidistanti tra sciti e sunniti, nella loro confessione kharigita – ibadita, sono tolleranti ed aperti al dialogo con le altre religioni: addirittura l’imam supremo, a differenza di tante altre confessioni delle sette islamiste, non deve essere necessariamente un discendente della famiglia del profeta Maometto, ma deve avere qualità morali degne della sua carica e può appartenere a qualsiasi etnia.

Nasce nel 2011 la Royal Opera di Stato, diretta da un italiano ed inaugurata con la Turandot sotto la  regia di Zeffirelli, che realizza il sogno d’amore del sultano per la musica classica, odiata e proibita dal padre.

Anche le abitazioni del paese devono rispettare criteri che conservino la tipicità delle case omanite: costruzioni basse, con finestre ed archi, legno, terrazze, la maggior parte bianche, per resistere al caldo feroce del tropico. Nella capitale nessuna costruzione moderna può superare i 90 metri, evitando le follie degli Emirati. Nei paesi sopravvivono e sono valorizzate le costruzioni tradizionali in pietra, sugli altipiani di montagna, o di fango e paglia, in molti piccoli villaggi, testimonianze di un’identità forte a cui non si vuole abdicare in nome della modernità.

In politica estera forse diventa un po’ troppo filoamericano, appoggiando però gli accordi di Camp David per risolvere il conflitto ebraico – palestinese. Partecipa alle due guerre con la coalizione degli Usa contro Saddam Hussein e contro il terrorismo di Bin Laden.

Ormai al potere da 46 anni, malato da tempo, senza una successione familiare, ma forse, speriamo, con un successore di fiducia, lascia un paese tranquillo, solido, pulito, accogliente, con un notevole potenziale turistico dovuto alle sue montagne, ai suoi wadi selvaggi, ai deserti sabbiosi e rocciosi, all’Oceano ricco e trafficato; ai segni della storia nelle sue numerose fortezze omanite e portoghesi sparse su tutto il territorio. Un paese islamico dove nessuno ostenta la propria fede religiosa, ritenendola una questione privata. Un paese che vuole continuare ad ospitare e spera di rimanere protagonista del suo futuro grazie ai giacimenti di gas da poco scoperti che sostituiranno il petrolio, ormai in estinzione entro vent’anni; un ruolo cardine nel Mare Arabico grazie alla costruzione di un grande porto commericale nel sud, aperto all’Asia e non solo. Speriamo. Abbiamo bisogno di sperare che un islam diverso sia possibile.